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lunedì 13 luglio 2015

III EPISODIO. REBECCATE A PUNTATE.

Se vi siete persi le parti precedenti, trovate il racconto completo nel link in alto a sinistra. ... E PASSI IL RESTO DELLA VITA A IMMAGINARE UN ALTRO FINALE.

III PARTE

Mi presi un paio di giorni di tempo, cercando di ricordarmi di respirare.
Spesso mi ritrovai soprappensiero a rassicurare il mio piccolo inquilino con una carezza, sorridendo, ma con quel sorriso amaro di chi una decisione, in cuor suo, l’ha già presa; decisione stupidamente dettata dalla convinzione di non poter deludere più, perché fatto troppe volte. 
Pensai alle due bocciature a scuola, le notti fuori casa e a quegli amici sempre troppo poco raccomandabili per mia madre. Ero lobotomizzata dal dolore e dal senso di colpa. 
I giorni prima dell’intervento furono un susseguirsi di pensieri, di rimproveri a me stessa, di preghiere di poter tornare indietro. E poi quella domanda insistente:
-Perché adesso? Perché proprio in quel momento di vita così delicato e perché con
quell’uomo appena conosciuto. Perché non qualche anno prima, quando questo tipo di notizia avrebbe forse dato una svolta al fidanzamento che oramai portavo avanti, stancamente, da anni.

I MIEI PERSONALISSIMI SALVAGENTE

Rachid fu deleterio e annientante visto da una prospettiva limitata e superficiale. In realtà il suo incontro innescò tutta una serie di reazioni a catena che, ora lo posso dire, mi salvarono la vita.
Decisi che la mia missione fosse aiutare Rachid ad ottenere i documenti: per salvare almeno il padre del figlio a cui avevo rinunciato.

Sfruttammo il decreto flussi.
Alla fine servivano soldi, una casa e una persona che garantisse per lui. A trovargli un posto di lavoro fittizio ci avrebbero pensato i padroni del locale dove faceva il buttafuori.
Usai l
eredità di papà e a quel punto fui sicura di aver individuato la mia missione. Avevo i soldi, un enorme debito con la vita e una persona che aveva bisogno di me.

LA RABBIA DEL MOSCERINO 

23.11.2009

Sto andando da Rachid, per accompagnarlo a lavoro. Sono in anticipo perché dopo aver insistito tanto, questa sera finalmente mi farà salire a casa. Non è convinto, ma io, visto che tra meno di un mese vivremo insieme, voglio vedere la sua quotidianità.
Corso Vigevano, ci sono. Faccio due piani di scale e lui mi attende sul ballatoio.
-Io sono già pronto
...possiamo andare.
Mi dice imbarazzato.

-Ma come? Fammi entrare dai, volevo un bicchiere dacqua. 
Mento.
Lui è in difficoltà, ma io sono troppo curiosa per preoccuparmi.

Entriamo. 
Non mi aspetto di sicuro una reggia, ma per un attimo ho sentito il cuore stringersi. Forse non avrei dovuto insistere. Cerco di non dare a vedere il mio disagio per lui e esploro la casa.
-Carina. Qui è dove dormi tu?.
Indicando un letto a caso dei quattro presenti. 

-Si.
Mi risponde fingendo di sistemare dei vestiti.
-Fa freddino, avete il riscaldamento?
Non mi risponde e mi indica una stufetta elettrica. 

-Dividi la stanza con altre persone?
-Sì, un amico.
Non vado oltre, mi rendo conto di essere stata oltremodo invadente. Ma sono felice di portarlo via dal quel posto. La doccia è in cucina accanto al lavello e fa veramente molto freddo. Non riesco a trattenermi e gli chiedo ancora del bagno e lui, un po
’ spazientito, mi racconta della "turca" sul ballatoio.
Decido che è tardi e che è ora di andare.


Non sono ricca, anche Nichelino, la mia città, offre spesso scene di degrado, ma la vista di tutta quella miseria e del modo dignitoso di quel ragazzo di portarsi addosso con estrema leggerezza il peso dellindigenza, mi fecero commuovere. E decisi che meritava unoccasione.

La nuova casa aveva una cucina color petrolio che me ne fece subito innamorare. Da lì partì la nostra movimentata avventura... 

mercoledì 3 giugno 2015

CUORI CORAGGIOSI di Tatiana Mantovan - FEDERICA E LE RELAZIONI.

CUORI CORAGGIOSI

Il secondo cuore coraggioso è quello di Federica.

“Ho un grandissimo problema con le relazioni, credo di avere proprio un trauma. Incontro, per questo motivo credo, solo gente inconcludente, che alla fine mi sta anche bene, ma so esserci un problema alla base e non riesco proprio a venirne a capo.
L'idea di una relazione mi provoca ansia e sensazione di soffocamento, eppure io tra dieci anni mi vedo sposata e con bambini, ma credo che ciò non sia possibile se non supero questo ostacolo. Pensavo passasse col passare del tempo, ma sono 6 anni che non sembrano esserci margini di miglioramento. Ho 36 anni, sono una donna realizzata e indipendente e credo di aver perso totalmente fiducia negli uomini, li trovo infantili, paurosi, prepotenti, impositori di idee, desiderosi di togliermi quel poco di libertà per cui mi sono battuta. Le mie storie finiscono sempre prima del previsto e sono io a interromperle: ad un certo punto arriva quella che io chiamo "consapevolezza", mi si siede accanto e mi sussurra: "che diamine stai facendo? a breve ti ritroverai a piangere lavando i piatti, mentre lui beve e rutta birra sul divano".
Avrei tanto piacere di sapere che ne pensi e dove, secondo te, dovrei andare a scavare. Dove e quando potrebbe essersi inceppato tutto.”

Cara Federica, da ciò che mi scrivi non credo tu abbia un grandissimo problema con le relazioni. Ciò che mi hai descritto traccia abbastanza chiaramente il tuo profilo di personalità. Infatti le tue sensazioni di soffocamento e ansia rappresentano ciò che noi del mestiere chiamiamo organizzazione di personalità di tipo fobico. Niente di preoccupante o patologico, ma è solo il modo che tu negli anni hai costruito per vedere te stessa, gli altri e il mondo.
Fondamentalmente c'è un'oscillazione tra poli opposti: costrizione e libertà. O ci si rifugia in un rapporto costrittivo appunto, in cerca di protezione e rassicurazione; oppure si rinuncia a qualsiasi legame, privilegiando in modo assoluto la sensazione di libertà, ma che spesso finisce per essere sperimentata come profonda solitudine.
Tutto questo, nello specifico delle relazioni, diventa un tentativo di riuscire ad avere contemporaneamente la protezione totale da parte di persone sicure e la libertà che consente di evitare i doveri costrittivi a cui ci si sente continuamente sottoposti. Probabilmente ecco perché, come tu mi hai scritto, ti ingaggi in relazioni in cui gli uomini ti appaiono “prepotenti, impositori di idee, desiderosi di togliermi quel poco di libertà per cui mi sono battuta”. 
Diciamo che potrebbe instaurarsi una sorta di circolo vizioso in cui tu sì che vuoi una relazione, ma nemmeno così intima e profonda in quanto avresti timore di perdere la tua libertà e si innescherebbero di conseguenza quelle sensazioni di costrizione e ansia di cui mi parlavi prima.
Quello che mi sento di dirti è di provare ad osservare da vicino queste sensazioni e con l'aiuto di un esperto provare a ricostruire il tuo stile affettivo prima e la tua storia di vita poi, per comprendere in che modo si è strutturata la tua personalità e tentare di spezzare il circolo vizioso che scatta in automatico, che però in questo momento di vita ti fa tanto soffrire.
Mi sento inoltre di rassicurarti: questo modo di vivere te stessa, il mondo e le relazioni è stato la miglior strategia possibile che hai messo in atto per poter crescere in modo compensato ed integrato.

Mi fa però anche molto piacere questa spinta al cambiamento visto che probabilmente ora questa “miglior strategia possibile” non funziona più, ti fa soffrire e vuoi provare a raggiungere un miglior equilibrio per te.

Grazie per l'affetto e la fiducia. Continuate a scrivermi, state con noi e in corno al rinoceronte.

latristezzadelrinoceronte@gmail.com
OGGETTO: Cuori coraggiosi

giovedì 14 maggio 2015

Storie di vita

Questa è la storia di Amedeo.
Amedeo è un bell'uomo di 45 anni, sposato con sua moglie da 18. Nel corso di questo periodo possiede diverse attività, tra cui un supermercato. Si può dire che sia benestante, vive con lei in una villetta fuori Torino e cresce come un padre la figlia di lei, che era ragazza madre. Non fa mancare loro nulla, le vizia e le ama ambedue. Nel corso degli anni, ovviamente a un certo punto si fa viva la crisi: lui deve chiudere le sue attività e rimane senza lavoro. Poco male, vende una casa e ne ricava 250000 euro, coi quali vive bene. Certo, finché non trova un lavoro non si può strafare...ma la moglie, dopo 18 anni di matrimonio e nonostante la disperazione della figlia di lei (che ora non le parla più), lo lascia, principalmente perché si sente trascurata. Allora Amedeo va a vivere da solo e incontra Uber: comincia a lavorare, a lavorare tanto perché lavorare lo aiuta a non pensare a lei, a sua figlia che non lo era davvero, ma che si è cresciuto e che gli manca molto, come a lei manca lui. Esce in macchina e parla con tante persone e si distrae e comincia quasi a capire le motivazioni di sua moglie ed è pur sempre arrabbiato, ma prova a capire. Un uomo salvato da uber.
Chiara Turin